Vandali in "visita" all’Asl di Via Paradiso

La sede della ASL in Via Paradiso

Parte dall’ennesimo attacco vandalico alla cartellonistica del distretto socio sanitario locale, ubicato in via Paradiso al civico 16, l’esigenza di porre fine a questo negligente rispetto verso la “res publica”. A denunciare l’accaduto è il senso civico che ognuno dovrebbe (il condizionale è d’obbligo) aver insito all’interno del proprio corpo e annoverarlo tra gli organismi vitali come cuore e polmoni.
A distanza di un anno e mezzo dall’apertura della nuova sede, sono già tre gli episodi di inciviltà che si contano ai danni della sopra menzionata struttura. Furti di targhe e danneggiamento alla cartellonistica, indispensabili all’orientamento di pazienti e visitatori del distretto sono l’oggetto dei misfatti. Il perché? Le motivazioni sono da ricercarsi lungo la linea che distanzia l’idiozia dalla noia, piuttosto che tra rimostranze intimidatorie per il raggiungimento di insani obiettivi.
Se la paternità di tali azioni appartenesse a minori annoiati che emulano gesta di improponibili eroi delle consolle elettroniche, la responsabilità non cadrebbe tanto distante dai rispettivi genitori, forse demotivati o non più capaci nel tener salde le redini educative, perché rassegnati a subire spesso e non più reagire innanzi al “corruttivo” do ut des da parte della propria prole. Se queste azioni vandaliche fossero invece riconducibili a gente, solo per l’anagrafe adulta, saremmo al cospetto di un enorme disagio sociale, non che il primo caso esuli da tale sfera. Sta di fatto che in un senso o nell’altro, il rispetto per la cosiddetta cosa pubblica, meritevole di massima tutela, è un principio sacrosanto ed inderogabile del viver civile, nonché strumento valutante il rispetto altrui, senza inoltre dimenticare le risorse pecuniarie (di tutti i contribuenti), investite per il ripristino di tali strutture. Perché l’Asl non è il solo epicentro di atti scellerati, ma è uno dei teatri assieme ad altri palcoscenici sparsi nel territorio, vittime di soprusi. Si va da lampioni danneggiati che privano le strade della necessaria illuminazione a muri di strutture pubbliche e abitazioni private, colpiti da “attacchi d’arte” di “piccoli Van Dal crescono”, solo per citarne alcuni casi.
E’ dunque un emorragia da tamponare, per poi procedere alla cura. Come? Magari un primo passo verso un’opera di sensibilizzazione potrebbe passare attraverso un intervento congiunto scuola-famiglia con supporto di esperti, utile alla comprensione dell’origine del disagio e alla parallela quanto determinante importanza del rispetto, a questo punto, non più solo delle “cose pubbliche”, ma della vita stessa intesa nel senso più ampio del termine.

In appendice alla Mostra “Un Atteso Restauro”

Si è conclusa, domenica 20 ottobre u.s., la mostra dei dipinti nella chiesa di S. Maria della Croce (o S. Nicola da Tolentino) a Modugno. E’ stata l’occasione per ammirare da vicino le tele, prima che vengano ricollocate in alto, sulle pareti della navata della chiesa Matrice .
Un “Atteso Restauro” che, benché forse non sufficientemente pubblicizzato, ha raccolto un gran numero di visitatori, ben superiore alle aspettative.
Ma la mostra è stata anche occasione di studio e di confronto con quanto riferito sin qui dagli autori, cito fra tutti mons. Nicola Milano col suo Le chiese della Diocesi di Bari.
Se nessuna incertezza esistava sulla Adorazione dei Magi firmata da Carlo Rosa nel 1666 (o ’65, l’ultima cifra è scarsamente leggibile), si è potuto identificare con certezza l’autore del quadro “L’Immacolata tra due Santi francescani, di cui quello a  destra è San Luigi IX re di Francia” (N. Milano, op. cit.)  attribuito anch’esso a Carlo Rosa. Il restauro ha messo in luce la firma di Giuseppe De Musso che col fratello Saverio tenne bottega e lavorò nella natia Giovinazzo tra la fine del XVII e l’ultimo quarto del XVIII secolo. Valutato pittore non eccelso, privo di grandi slanci artistici, ma che il pennello lo sapeva maneggiare non fosse altro che per riprodurre imitazioni di quadri di artisti più famosi. E, come per l’autore, così è stato possibile chiarire i soggetti del quadro che proviene dall’abbattuto convento delle Clarisse di S. Chiara (le Monacelle) di Modugno. A sinistra della Vergine Immacolata è Santa Barbara; a destra è S. Elisabetta (o Isabella) di Francia (e non S. Luigi) contraddistinta dalla corona regale e dalla bandiera crucesignata. Isabella fu sorella del re Luigi IX che promosse la VII Crociata, e ne condivise gli ideali sostenendo a proprie spese dieci cavalieri, da cui il simbolo della bandiera. Edificò anche un convento a Longchamp, presso Parigi,, dedicato all’Umiltà di Nostra Signora, sotto la guida dei frati francescani, con una regola che si rifaceva a quella delle clarisse di S. Chiara. La sua presenza era quindi certamente richiamo all’umiltà per le suore alle quali il dipinto era destinato. Meno chiaro il motivo della presenza di S. Barbara nella composizione. Si tratta indubitabilmente della Santa crudelmente martirizzata nel 306 d.C., ma l’iconografia si discosta da quella classica che le pone accanto una torre (la prigione nella quale fu rinchiusa) nella quale si aprono tre finestre (simbolo trinitario), e le penne di pavone nelle quali si mutarono, secondo una ingenua leggenda, le verghe con le quali le fu inflitto il supplizio per mano del padre stesso, colpito poi dal fulmine per punizione divina. Mancano questi oggetti nel quadro ma, al loro posto, è evidente dietro la Santa un fascio di rosse saette che piovono dal cielo verso il campanile di una chiesa che rassomiglia vagamente alla Matrice di Modugno. Questa può essere la chiave di interpretazione. Nella storia della nostra chiesa parrocchiale Maria SS. Annunciata, più volte il campanile fu colpito dal fulmine: mons. Nicola Milano, nel suo Modugno. Memorie Storiche, ricorda che nel 1622 venne colpito il Crocifisso ora esposto nel Cappellone dell’Addolorata e che diede il pretesto alla omonima Fiera del Crocifisso tutt’oggi attiva; nel 1726 fu colpita la cima del campanile e fracassato l’organo della chiesa; una terza volta il 25 agosto 1747 un fulmine si abbatté sul pavimento della chiesa davanti ai gradini dell’altare dell’Addolorata. E’ opinabile che il dipinto rappresenti quasi un ex voto ed una invocazione alla Santa protettrice non solo dei minatori e degli artiglieri, ma delle torri e dei campanili contro la caduta della folgore. La datazione del dipinto potrebbe quindi, in accordo con l’epoca di maggior attività del De Musso, collocarsi nella prima metà del Settecento tra il 1726 ed il 1750.
Anche per un secondo quadro è stato possibile ridefinire il soggetto. Intitolato Cristo risorto appare a s. Tommaso e attribuito a Giuseppe Porta di Molfetta, seguace del Giaquinto, in realtà il restauro e l’osservazione diretta han potuto chiarire, se non altro, che si tratta di una Ultima cena di inconsueta composizione: con gli Apostoli raccolti in due gruppi nella penombra dello sfondo dietro la mensa, in primo piano è il Cristo dal quale sembra promanare, piuttosto che dal lampadario, la luce che illumina la scena. E’ nell’atto di istituire l’Eucarestia. Di fronte a Lui è S. Pietro genuflesso mentre, alla sinistra di chi guarda, un Giuda dallo sguardo torvo distoglie il volto corrucciato, stringendo la borsa dei denari; sulla sinistra un languido S. Giovanni vestito di rosso e di verde come da tradizione, ripiega il braccio sinistro sul petto.
Ultimo, ma non certo per bellezza, il S. Carlo Borromeo in preghiera, di autore ignoto, attribuito ad un allievo del Cunavi, pittore attivo nella prima metà del ‘600 . Fu commissionato dall’arciprete Domenico Carlo Maffei nel 1673, come si legge in calce, per la cappella dove officiavano i sacerdoti anziani (oggi ufficio del parroco). Il Santo, che guarda caso nel Concilio di Trento pubblicò le Istruzioni agli architetti, pittori e scultori, sui criteri da seguire nell’erigere gli edifici sacri e nel decorarli con quadri e statue di soggetto sacro, era invocato come protettore contro la peste e forse rappresenta il collegamento culturale fra le famiglie milanesi qui trapiantate nel XV – XVI secolo e la loro terra d’origine. E’ lui che, con aria di serena, fiduciosa umiltà, domina la scena. I quattro dipinti, insieme, mostrano in sintesi l’affermazione dell’arte barocca e postridentina sul Rinascimento. Se con l’Adorazione dei Magi è ancora presente la natura con il paesaggio e le rovine lontane, l’opera si fa essenziale e si concentra sul soggetto con il S. Carlo Borromeo. Niente più quindi elementi che possano distogliere l’attenzione dello spettatore dall’esempio di virtù offerto alla sua attenzione e, se pure compaiono due angeli (o puttini), è loro affidato il compito di rammentarci il ruolo, l’ufficio del Santo: reggono il cappello cardinalizio, la croce astata pastorale, la mitria vescovile. L’atmosfera si fa ancor più rarefatta nell’Ultima Cena: la mensa è spoglia tranne che per la coppa del vino, assimilabile per forma e colore ai tanti vasi a figure rosse e nere, di fattura italiota o magno greca, corredi tombali che affioravano nelle nostre campagne in occasione dei lavori agricoli. La coppa è lì solo perché essenziale nell’istituzione dell’Eucarestia, come il pane nelle mani del Cristo.
Non c’è più alcun cenno di realismo  nella Immacolata Concezione Tra S. Barbara e S. Elisabetta di Francia. E’ un’atmosfera senza luogo e senza tempo scandita da grappoli di angeli danzanti. In stridente contrasto, per i tratti grossolani del viso, con la finezza dei lineamenti della Vergine e delle Sante, i due angeli in primo piano sembrano usciti da un presepe napoletano. Con la rustica, goffa fisionomia di contadini o di bovari, porgono fasci di gigli e ramoscelli d’alloro. Che siano il ritratto dei committenti?
Nel loro complesso i dipinti esprimono, tutti principi della fede cattolica così come stabiliti nel Concilio di Trento: l’Adorazione dei Magi è l’Epifania dl Messi, la manifestazione della Sua regalità, divinità e umanit
à attraverso l’accettazione dei doni di oro, incenso e mirra; l’Ultima Cena è, in realtà, l’Istituzione dell’Eucarestia, ma nella mano di Cristo protesa è possibile riconoscere il primato affidato a Pietro, genuflesso in adorazione di fronte a Lui, sugli altri Apostoli in penombra.
Siamo di fronte alle pagine di un Catechismo illustrato ad uso dei fedeli cui non è consentita la lettura del Vangelo. Queste tele, in particolare quelle originarie della chiesa Matrice, vanno ora viste reinserite nel contesto di tutta la decorazione pittorica della chiesa dalla quale sono state tratte, per meglio comprenderne il significato complessivo, il messaggio sotteso, e conoscere compiutamente la storia della nostra città.
E, per concludere voglio ringraziare il dott. Giuseppe Martino per le foto e l’amico Mari Lemoli per il contributo offerto alla ricerca degli autori e all’identificazione dei soggetti raffigurati nei quadri, nonché Gennaro Loconte e Mirko Pantaleo che hanno curato l’apertura al pubblico e la custodia della sala.         

Informati e protetti

In campo per la prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili Dopo l’iniziativa per l’intitolazione di una targa commemorativa in memoria del compianto Giuseppe Lacalamita, l’associazione culturale “70zero26” torna nuovamente “in campo”. E lo fa con sensibilizzando i giovani all’uso dei contraccettivi. Infatti, insieme ai giovani della Croce Rossa Italiana del Comitato Provinciale di Bari, è stata organizzata l’iniziativa “Informati & protetti”, incentrata sull’educazione alla sessualità e sulla prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili. L’evento avrà luogo sabato 26 ottobre dalle ore 17.00 alle ore 22.00 a Modugno in via Padre A.m. di Francia, angolo via Paradiso, nello spazio antistante il Cafè Noir (vicinanze Istituto Superiore Tommaso Fiore). Dal comunicato diramato dall’associazione modugnese emergono chiare le parole di Nicola Minerva componente del Consiglio Direttivo dell’associazione.“Scopo dell’ iniziativa sarà sensibilizzare ragazzi e ragazze modugnesi in merito a queste importanti tematiche per  promuovere l’adozione di sane e salutari abitudini di vita e per diffondere informazioni scientifiche inerenti la contraccezione e le malattie sessualmente trasmissibili”. L’evento coinvolgerà i cittadini con diverse attività in cui saranno affrontati temi quali la trasmissione del virus dell’H.i.v., il periodo di fertilità, il test anti H.i.v. ed i comportamenti definiti “a rischio”. I partecipanti riceveranno in omaggio un preservativo, simbolo di questa campagna di prevenzione.

La salute senza frontiere

Dal 25 ottobre parte l’applicazione della direttiva europea 2011/24/UE inerente le cure senza frontiere. Per la suddetta direttiva i cittadini dell’unione si possono spostare nei vari paesi per curarsi in apposite strutture convenzionate. In breve i pazienti sono liberi di scegliere in quale paese curarsi, ad eccezione delle cure per lunghe degenze, vaccinazioni e trapianti d’organo. Detta direttiva garantisce agli ammalati vantaggi importanti. Può capitare e purtroppo capita spesso che una struttura sanitaria offra una assistenza più idonea per una determinata patologia rispetto ad un’altro ospedale ma si trova però oltre i confini dove il paziente risiede. Con questo atto di alta civiltà l’ammalato ha l’opportunità di ricevere le migliori cure. Inoltre ha il vantaggio di poter essere più vicino ai propri cari, e questo in particolar modo per quei pazienti che optano per andare a curarsi dove hanno già dei familiari. Maggiori possibilità, quindi, di poter usufruire di nuovi metodi di cura oltre alla qualità dell’assistenza ricevuta daranno ai pazienti la sicurezza di essere al centro delle attenzioni, senza tralasciare l’acceso meno farraginoso e il rispetto dei dati sensibili e dei diritti fondamentali della persona.
La gestione dei costi: argomento molto importante – specialmente quando si tratta di malattie particolarmente importanti – questa direttiva ha stabilito che sarà il servizio sanitario nazionale del paese di residenza ad accollarsi tutti gli oneri relativi alle cure di cui il paziente abbia bisogno. I costi sono comprensivi di viaggio e alloggio, le visite specialistiche, i ricoveri, l’acquisto di farmaci, dispositivi medici particolari, come tutori e protesi. A garanzia ci sarà un’assistenza telematica mirata ai trattamenti in cui il paziente si sottoporrà nelle strutture pubbliche. Coloro i quali si rivolgeranno a strutture sanitarie private lo faranno a proprie spese. Nel protocollo d’intesa è incluso un sistema di controllo per evitare lo spreco di risorse finanziarie. Ogni nazione stabilirà i costi e i rimborsi delle spese sostenute sulla base delle leggi vigenti a livello nazionale. La scelta di avvalersi di cure in un altro paese non è soggetta ad autorizzazione preventiva, tranne in quei casi in cui l’uso di apparecchiature o l’infrastruttura sanitaria scelta per il ricovero sia particolarmente costosa. La valutazione in questo caso la farà il medico curante o lo specialista dando priorità ai casi più gravi: malattie rare, dolore cronico e patologie in stato avanzato. Sarà il servizio sanitario nazionale ad accogliere o negare tali autorizzazioni alla spesa. In caso di diniego il paziente potrà fare ricorso – in modo completamente gratuito – utilizzando la rete online SOLVIT; tali centri garantiscono una soluzione entro 10 settimane dal momento in cui viene protocollata la richiesta.

A proposito del caso Priebke

Pubblichiamo un articolo di Pino Tosca – indimenticabile scrittore della Tradizione – scritto all’epoca del processo al capitano delle S.S. al quale oggi vengono negati i funeral.

 

L’IPOCRISIA VATICANA
Chi porterà sulla coscienza la presumibile morte del vecchio Priebke in una cella italiana? Flick (Giovanni Maria) o Flock (Oscar Luigi)? I Levi o gli Evi? Il codazzo conformistico degli imbrattacarte di regime? Il cattolico Giglioli, Consigliere del Sindacato Libero Scrittori, che, vantandosi di essere adoratore di Padre Pio, con la bava alla bocca vuole la testa del malandato Erich? Non solo costoro. Prima di loro, le responsabilità morali per lo scempio che è stato fatto della giustizia e dell’umanità, stanno in Vaticano. Molti giorni prima che fosse emessa la sentenza di Quistelli, la CEI, in un suo comunicato aveva scritto parole di fuoco contro Priebke, chiedendo che il processo si concludesse “con una sentenza esemplare” Esemplare in che senso, se non nella condanna all’ergastolo (vale a dire a morte) dell’ex capitano delle SS? Certo è un bel modo per esercitare, non diciamo il senso di Giustizia, ma almeno quello di carità cristiana da parte della Chiesa postconciliare pacifistico-pietistica. E’ probabile che i ventennali colloqui coi “fratelli maggiori” giudei abbiano convinto la CEI che la teologia vetero-testamentaria dell“‘occhio per occhio” sia conciliabile con quella del “porgere l’altra guancia”. Solo che…da che pulpito viene la predica!
Eh già, perché chi dovrebbe porgere L’occhio destro per essere strappato dalla vendetta ebraica, dovrebbe essere proprio la gerarchia cattolica. Essa, in Austria e in Germania, negli anni del nazismo, è stata la prima collaboratrice di Hitler, non solo nello spianargli il potere ma anche nel rafforzarlo infinitamente. Spulciamo tra le pieghe infinite della storia occultata.
In Germania, nel 1933, il Presidente dello Zentrum, il partito cattolico, era un prete, Kaas, che, tra l’altro, era amico personale di Pio XII. Alla fine dell’anno, Kaas e Bruning (dirigente del partito) aprirono un tavolo di trattative con Adolf Hitler per giungere ad un patto di mutua collaborazione politica. Una delle condizioni avanzate da Kaas per L’appoggio del Centro al Fuhrer era la conclusione di un accordo col Vaticano. Hitler acconsentì volentieri e il 23 marzo, in una dichiarazione governativa, affermò che era sua intenzione concludere il concordato. Dopo questa dichiarazione, le formazioni del Centro e del Partito Popolare bavarese votarono a favore della concessione dei pieni poteri ad Hitler. In un suo dicorso al Reichstag, Kaas dichiarò: “II partilo del Centro in queste ore tende le mani ai suoi avversari di ieri in nome della salvezza nazionale” (che per lui si identificava con il concordato col Vaticano). Il 5 luglio del 1933, lo Zentrum proclamò il suo autoscioglimento, subito imitato dal Partito Popolare della Baviera. Così, in pratica, la politica cattolica tedesca (in intesa col Vaticano) dava via libera alla propria autoeliminazione per favorire la stabilità politica hitleriana. Nel maggio di due anni dopo, 1935, due ministri del Terzo Reich, Funk e Goebbels, assistevano al solenne Te Deum celebrato a Monaco per osannare al ritorno della Saar alla Germania. In quell’occasione i numerosi prelati si fecero fotografare accanto ai due leaders bruni mentre sollevavano tutti il braccio destro, non per benedire le folle ma nel saluto nazista. Così come esiste una documentazione fotografica di alcuni vescovi mentre, a Berlino nel 1937, in un’imponente adunata, benedicono gli stendardi delle SS. Ma c’è dell’altro. In data 18/3/38, quando cioè le persecuzioni antiebraiche avevano iniziato il loro decorso, il Cardinale e vescovo viennese, Mons. Innitzer, indirizzava al Gauleiter locale la seguente lettera “Egregio signor Gauleiter, con la presente le trasmetto l’acclusa dichiarazione dei Vescovi dalla quale Ella potrà vedere come noi vescovi abbiamo assolto liberamente e spontaneamente il nostro dovere verso la nazione. Sono convinto che ne deriverà una felice collaborazione. Coi sensi della più viva stima. Heil Hitler!” Ed ecco il testo della “Dichiarazione Solenne” allegata alla missiva:
“Per intima convinzione e con libero volere, noi sottoscritti, Vescovi della provincia ecclesiastica austriaca, dichiariamo quanto segue circa i grandi avvenimenti verificatisi nell’Austria-Germania. Riconosciamo con gioia che il movimento nazionalsocialista ha compiuto e sta compiendo realizzazioni grandiose sul piano dell’edificazione nazionale ed economica e nel campo della politica sociale a favore del Reich e del popolo tedesco ed in particolare a favore dei ceti popolari più poveri. Siamo convinti, inoltre, che l’opera del movimento nazionalsocialista abbia sventato il pericolo deI bolscevismo ateo distruttore di ogni cosa. I Vescovi benedicono quest’opera rivolta al futuro e si impegnano a rivolgere dei moniti in tal senso ai fedeli. Nel giorno della consultazione popolare è ovvio dovere di noi Vescovi verso la Nazione di testimoniare, in quanto tedeschi, la nostra fiducia nel Reich tedesco, nella ferma speranza che a tutti i cristiani credenti sia chiaro qual’è il debito che hanno verso il loro popolo” Basta ciò agli smemorati forcaioli dei quotidiani “cattolici” romani? E se non basta aggiungiamo dell’altro.
Un anno dopo, nel momento preciso in cui la Wehrmacht invadeva la Polonia i Vescovi tedeschi, nella Lettera Pastorale del 17/9/39, scrivevano: “ln quest’ora decisiva incoraggiamo ed esortiamo i nostri soldati cattolici, in obbedienza al Fuhrer, a compiere il loro dovere e ad essere pronti a verificare tutto sé stessi. Esortiamo i fedeli ad unirsi in un’ardente preghiera affinché la Provvidenza divina conduca questa guerra ad una fine benedetta e assicuri la pace alla patria e al popolo”. E così dopo aver sistemato gli ebrei, gli antinazisti e gli oppositori dell’Anschluss, la Gerarchia cattolica sistema pure i polacchi. Nel dopoguerra, a Fuhrer defunto, inizia l’ipocrisia del Grande pentimento. Nel 50° anniversario della liberazione di Auschwitz, la Conferenza Episcopale tedesca emana un documento in cui si legge: “Fra i cattolici ci sono state colpe e manchevolezze… atteggiamenti antisemiti che hanno fatto sì che negli anni del Terzo Reich i cristiani non abbiano opposto resistenza al nazismo antisemita… siamo stati una comunità ecclesiale che ha voltato le spalle alla sorte del popolo ebraico”. I Vescovi polacchi, il giorno prima, avevano diffuso un documento di eguale tenore alla presenza del Rabbino-capo polacco, Menachem Joskowicz e del cardinale Glemp. Per piacere, quindi, non ci vengano a raccontare della ”resistenza” cattolica al nazismo. Questa ci fu, ma in misura risibile sul piano quantitativo. Uomini coraggiosi come il gesuita Rupert Mayer, il vescovo Clemens von Galen o Von Stauffenberg furono piccole gocce nel mare del conformismo clericale di quegli anni. La stessa enciclica “Mit Brennender Sorge” non ebbe alcun effetto pratico, anche perché non fu mai lanciata una scomunica contro il nazionalsocialismo e i suoi militanti. Del resto, la S. Sede non ruppe mai le relazioni diplomatiche col Terzo Reich. E, poi, in quel periodo, a capo della Slovacchia, alleata di Hitler, non c’era il cattolico Mons. Tiso (poi impiccato dai comunisti)? Da chi in passato è stato complice del Regime ci si aspettava, perlomeno, il silenzio. L’invocazione di una giustizia “esemplare” per Priebke da chi ha regalato i pieni poteri a zio Adolfo ha lo stesso valore di chi, dopo aver ammazzato a josa i propri simili, si rifugia poi nel comodo guscio del pentimento che rende.
Cioè dell’infamia.

Pino Tosca

 

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Una lettera di Priebke

Ad Erich Priebke sono pervenute moltissime lettere di solidarietà per il grave atto di ingiustizia arrecatogli. Questa è la lettera di risposta che l’ex-ufficiale delle SS ha fatto pervenire ad un giovane militante di Terra di Bari.

Casa Circondariale “Regina Coeli”
00165 Roma
7/11/1996

Caro Daniele,
molte grazie per la tua lettera e per le espressioni della tua solidarietà. Questo bastone di sostegno è molto importante per me e mi aiuta a sopportare tutto questo calvario. Mi richiama l’attenzione il fatto che proprio da Bari e dai suoi dintorni mi mandano tante lettere con buoni auguri. Disgraziatamente, la speranza che la vicenda possa risolversi al più presto, finora non si è verificata. Tutto questo è un cattivo gioco politico ed io sono la povera vittima. L ‘annullamento del processo del Tribunale Militare è una offesa grande ai tre giudici militari e perfino a tutti i militari. Mi ha stupito la poca o nulla reazione di loro. Non hanno un’onore militare? E così, io resto in carcere: un uomo di 83 anni.

molti saluti e auguri!
Priebke

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(Indro Montanelli, da una lettera dell’aprile 1996)
« Da vecchio soldato, e sia pure di un Esercito molto diverso dal Suo, so benissimo che Lei non poteva fare nulla di diverso da ciò che ha fatto. […] Il processo si dovrebbe fare alle aberrazioni dei totalitarismi e a certe leggi di guerra che imponevano la rappresaglia. Certo: lei, Priebke, poteva non eseguire l’ordine, e in pratica suicidarsi. Questo avrebbe fatto di lei un martire. Invece, quell’ordine lo eseguì. Ma questo non fa di lei un criminale. »

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Siamo tutti responsabili delle nostre azioni e ne subiamo le conseguenze; gli uomini giudicano, condannano e puniscono i colpevoli da vivi, ai morti ci pensa Dio.